Un nuovo contratto sociale

walter_bejamin grassmuck

Il dibattito sulla cultura cosiddetta libera è spesso posto in questi termini: se vogliamo facilitare le opere a circolare liberamente – ovvero senza la preventiva autorizzazione dell’editore che controlla il numero delle riproduzioni – allora penalizziamo l’autore perchè gli sottraiamo i potenziali guadagni derivanti dall’applicazione di un prezzo all’opera stessa nel momento in cui passa di mano in mano.

Il senso di colpa che si tende a sollecitare in chi sostiene questo modello – e magari lo mette già in pratica in modo rudimentale – è quello del furto. “Sto sottraendo all’autore un guadagno potenziale”. Questa sottrazione, ci dicono, inficia le gloriose opportunità di sostentamento dell’autore stesso, che in questo modo sarà costretto ad interrompere il virtuoso meccanismo creativo che ha come ultimo beneficiario noi e il nostro diletto.

Gli interessi che andremmo a minacciare sono quindi quelli dell’autore e in ultima analisi i nostri.

Questa argomentazione è debole e pericolosa perchè propone una visione molto semplificata, per non dire colpevolmente sbagliata, della relazione tra i portatori di interessi, ovvero l’autore e il pubblico.

Il “virtuoso meccanismo creativo” che sottende a questa argomentazione rappresenta l’autore impegnato in uno sforzo solipsistico di creazione dal nulla, in cui sostanzialmente impegna il proprio tempo e le sue risorse materiali – sofisticate apparecchiature di registrazione audio video, per esempio. Perchè produca deve avere tempo da dedicare alla sua opera e denaro per accedere a queste risorse, guardacaso sempre più costose man mano che diventano sempre più accessibili.

Inoltre, questa argomentazione propone l’autore e l’utente dell’opera come due figure distinte, isolate e reciprocamente inerti, ovvero legate solo da un rapporto contrattuale di scambio di denaro.

Non è così. E non dai tempi di internet.

Autore e utente – non fatemelo chamare consumatore perchè è davvero troppo sostenere che queste opere siano destinate al consumo – sono entità affini: cioè incontrandosi di determinano reciprocamente.

L’opera d’arte non è effusione di un genio poetico che possiede doni artistici così straordinari, talenti e intuizioni così rare da porlo a incolmabile distanza dai comuni mortali.

L’artista non è l’eroe predestinato dal fato a lottare contro e con i suoi poteri creativi per l’intero corso della sua vita tormentata, e ad estrarre dalla sua propria e profonda interiorità le opere ispirate dal suo divino genio.

Questo tipo di retorica, o dogma, crede di poter cogliere la figura del “poeta” in un miscuglio di ‘eroe e creatore, in cui non si distingue più nulla, e in cui si può affermare quasiasi cosa con aria di profondità’ (W. Benjamin).

L’opera d’arte, di qualsiasi tipo, è forgiata dall’autore a partire da una babele di linguaggi esistenti. E’: studio approfondito, interpretazione e riuso della realtà e delle opere d’arte che ne fanno parte e che hanno preceduto l’autore stesso. E’ un continuo porcesso collaborativo diacronico. L’autore produce significato a partire dell’esistente, non è divino, è fallace, il significato che produce può essere indebito, può sembrare giusto e bello ad alcuni e non ad altri. L’autore è un compositore, un compilatore di frammenti già esistenti (figura lessicale miracolosamente sopravvissuta nella musica). Quello che produce non è perfetto e completo, nè chiuso. Questa è una mistificazione.

L’opera d’arte è sempre imperfetta, imcompleta e in continuo divenire. Non si tratta di un minus, è l’essenza stessa dell’arte. Il movimento è dato dalla continua lettura e interpretazione, di epoca in epoca, alla luce del contesto storico in cui si vive, e facendo questo non si nega l’opera e le intezioni dell’autore, non la si snatura, ma la si dissolve continuamente nel presente e la si restituisce alla sua natura di frammento connesso con altri frammenti, destinato a comporne di nuovi.

L’assoluto nell’arte non è chiusura, ma infinita apertura e infinito superamento di sè stessa. Lo pensiamo tutti dei grandi autori del passato ma siamo in qualche modo incapaci di applicare questa prospettiva al presente.

C’è solo una differenza funzionale tra autore e pubblico, non sostanziale. Si pensi alla prima forma d’arte codificata, la tragedia greca.

Il genio è prima di tutto applicazione, non ispirazione. E’ un processo tecnico. E questo sì richiede tempo, ma la materia di cui si nutre sono le altre opere, gli latri frammenti.

Il contesto in cui l’opera d’arte realizza sè stessa è un contesto aperto, in cui le barriere alla diffusione e alla continua dissoluzione e evoluzione dell’opera sono le minori possibili.

Capite che uno strumento di comunicazione peer to peer come internet è il contesto ideale per nutrire questo meccanismo virtuoso (e non quello, mistificato e semplificato che viene strumentalizzato da chi vuole difendere il proprio controllo dei meccanismi di distribuzione).

L’abbattimento delle barriere alla circolazione e al riuso delle opere andrebbe propugnato da chiunque avesse a cuore il futuro dell’arte, degli artisi e del pubblico, semmai si vuole conservare questa differenza. In primo luogo da chi ha la funzione di farlo al di sopra di interessi economici e industraili specifici, come le istituzioni pubbliche, i ministeri, i governi.

Ed ha perfettamente senso che questi temi facciano parte di un programma politico, tanto più senso più ostinata è l’adesione culturale alla retorica del furto cui sopra.

E ha senso che lo si faccia in sede Europea e nazionale con proposte precise, che dimostrino come abbondino modelli alteranativi di retribuzione di chi vuole provare con dedizione ed applicazione a comporre una canzone, scrivere un libro, produrre un film (non degli ‘artisti’ fatti e vestiti, come se ci si diventasse per elezione).

Anche perchè, come sempre si omette, il modello di retribuzione attuale non funziona, gli artisti continuano a fare più di un lavoro, la ridistribuzione dei profitto premia gli autori famosi, gli editori e produttori non danno spazio a nuovi autori perchè costituiscono un rischio imprenditoriale e dal punto di vista economico il meccanismo è quello dell’offerta che genera la domanda, e non il viceversa, come dovrebbe essere.

I modelli alternativi?

Una tassa flat rate sugli scambi di file P2P, pagata attraverso i service providers e ridistribuita in modo equo agli autori. Possibile? Chi pagherebbe mai una tassa del genere, insieme a tutte quelle che ci sono già da pagare?

Il 75.5% degli utenti Internet francesi sono “pronti” e “preparati” a pagare una rata mensile in cambio della legalizzazione del P2P.

In Svezia, l’86,2% degli intervistati dichiara di essere potenzialmente interessato a pagare una sottoscrizione mensile per un servizio che dia diritto a scaricare brani musicali. Chi possiede le collezioni di canzoni più grandi (più di 5.000 canzoni) è più disponibile e quando si chiede quanto sarebbero disposti a pagare, il 51,8% risponde che potrebbe prendere in considerazione un importo da 5-14 Euro al mese per un abbonamento di questo tipo.

In Inghilterra il 74% degli intervistati dichiarano di essere interessati a servizi legali di file-sharing e di essere pronti a pagare un abbonamento mensile. L’interesse è più alto in quelli che ammettono di condividere già illegalmente i file su Internet (l’80% contro il 63% di chi non scarica). Tra i favorevoli all’idea di una licenza legale, il 90% crede che i compositori, gli autori, i musicisti e gli esecutori ne dovrebbero essere i diretti beneficiari.

Trovate questi dati, insieme ad un eccellente revisione dei modelli alternativi di remunerazione, in un articolo di Grassmuck “The world is going flat”, la cui traduzione in italiano sarà pubblicata sul sito del centro NEXA entro la fine di questo mese.

Quale che sia il modello che useremo in futuro è necessario parlarne e mettere la definizione di questo nuovo contratto sociale nelle agende politiche.

Grassmuk conclude il suo articolo eccellente dicendo:

“La questione cruciale per il nuovo contratto sociale è dove puntare il focus: sull’industria culturale o sulla collettività di creatori e utenti? Preferiamo vederci come consumatori che scelgono prodotti e servizi offerti dal mercato, come oggetti di campagne pubblicitarie, di educazione o di ricerche di mercato? O preferiamo vederci come alleati in un contesto in cui tutti complottano per garantire ai creativi – le cui opere ci nutrono – i mezzi e delle condizioni decenti per produrre? In quale società della conoscenza vogliamo vivere?
Perciò uniamo i nostri cervelli e risolviamo questa faccenda.”

Risolviamola.

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