La prima società dell’abbondanza. E la prossima?

jean_baudrillard_13 sahlins

La società dei consumi è fondata sulla creazione artificiosa e sullo sfruttamento strutturale dei sistema dei bisogni, che è frutto del sistema della produzione. Il quale prima di essere destinato a produrre beni ha la funzione di produrre privilegi e di mantenerli. I bisogni rispondono ad una necessità di segni e differenziazioni. Il consumo non mira a soddisfare un supposto bisogno profondo e recondito dell’individuo, ma a ripristinare continuamente la distanza sociale e a confermare i segni d’appartenenza ad uno status, perpetuando una tensione cronica che è l’antitesi della ‘soddisfazione’. Per questo un bisogno “realizzato” non crea, come sostengono i razionalisti, uno stato di equilibrio e risoluzione delle tensioni, al contrario le riproduce in maniera folle, negando la possibilità di una soddisfazione e quindi smascherando la natura stessa del bisogno.

L’emancipazione da questo stato di follia collettiva può avvenire solo con il sovvertimento della struttura sociale, al cui mantenimento il sistema dei bisogni è votato. Non sarà questa crisi a compiere il miracolo. Semmai servirà a rispolverare le considerazioni – le solite che ciclano e ri-ciclano di ventennio in ventennio – sull’inadeguatezza del PIL come indicatore di benessere e la necessità di fondare un’economia della felicità.

Ma c’è un prodotto della società della scarsità in cui si sono sperimentate forme sociali alternative, radicate strutturalmente sulla parità anzichè sulla differenziazione, sull’infinito decentramento e scambio anzichè sull’accentramento del potere e la difesa – più o meno mascherata – dei privilegi ad esso connessi.

Questo ecosistema è internet, e se non ci sbrighiamo a renderci conto dell’inestimabile potenziale di risorgimento umanistico rispetto allo scempio della società industrializzata, se non ci decidiamo a sottrarlo alla morsa della grande (e piccina) retorica ancora industriale del “progresso” e dell’ “innovazione”, lo abbiamo già perso e venduto al passato.

Trascrivo, commossa, da una lettura – La société de consommation, di Beaudrillard (1970) – che solo in questo frammento abbandona il tono liricamnete caustico e lo sguardo sconfitto sul presente abbacinnato e sul molle futuro, in cui noi, nel 2009, fluttuiamo scomposti:

“Dobbiamo abbandonare l’idea preconcetta che abbiamo della società dell’abbondanza come di una società nella quale tutti i bisogni materiali (e culturali) sono facilmente soddisfatti, dato che quest’idea fa astrazione da una logica sociale. Biosgna invece pervenire all’idea, ripresa da Marshall Sahlins nel suo articolo sulla “prima società dell’abbondanza”, secondo la quale sono le nostre società indistriali e produttiviste ad essere dominate dalla scarsità, dall’ossessione della scarsità caratteristica dell’esconomia di mercato. Più si produce più si sottolinea, nel senso stesso della profusione, l’irrimediabile allontanamento dal termine finale, cioè dall’abbondanza, definita come l’equilibrio tra la produttività umana e le finalità umane.
Poichè quell che è soddisfatto da una società della crescita, e sempre più man mano che cresce la produzione, e non i “bisogni” dell’uomo, sul cui disconoscimento riposa tutto il sistema, è chiaro che l’abbondanza indietreggia indefinitamente, o meglio essa è irrimediabilmnete negata a vantaggio del regno organizzato della scarsità (penuria strutturale).
Per Sahlins erano i cacciatore raccoglitori (tribù nomadi primitive dell’Australia) che conoscevano la vera abbondanza malgrado la loro assoluta “povertà”. I primitivi non possiedono nulla di proprio, essi non sono ossessionati dagli oggetti che essi gettano via uno dopo l’altro per spostarsi meglio. Non vi è l’apparato produttivo nè di “lavoro”: essi cacciano e raccolgono si potrebbe dire a piacere e dividono tutto tra loro. La loro prodigalità è totale: essi consumano tutto subito, non vi è calcolo economico, non vi sono stock. Il cacciatore raccoglitore non ha nulla dell’homo economicus di invenzione borghese. Egli non conosce i fondamenti dell’economia politica. Rimane sempre al di qua dell’energia umana, delle risorse naturali e delle effettive possibilità economiche. Dorme molto. Ha fiducia – ed è questo che fa andare avanti il sistema economico – nella ricchezza delle risorse naturali, mentre il nostro sistema è contraddistinto (e sempre di più col perfezionamento della tecnica) dalla disperazione di fronte all’insufficienza dei mezzi umani, da un’angoscia radicale e catastrofica che è l’effetto profondo dell’economia di mercato e della concorrenza generalizzata.

L’imprevidenza e la prodigalità collettiva, caratteristiche delle società primitive, sono il segno dell’abbondanza reale. Noi non abbiamo altro che i segni dell’abbondanza. Noi andiamo alla ricerca, sotto un gigantesco apparato produttivo, dei segni della povertà e della scarsità. Ma la povertà non consiste, dice Sahlins, nè in una scarsa quantità di beni, nè semplicemente in un rapporto tra fini e mezzi: essa è innanzitutto un rapporto tra gli uomini. Quel che fonda la ‘fiducia’ del primitivi e fa sì che essi vivano nell’abbondanza persino nella fame è alla fin fine la trasparenza e la reciprocità dei rapporti sociali. E’ il fatto che nessuna manipolazione, qualunque essa sia, della natura, del suolo, degli strumenti o dei prodotti “del lavoro”, viene a bloccare gli scambi e a istituire la scarsità. Non c’è accumulazione, che è sempre fonte di potere. Nell’economia del dono e dello scambio simbolico, una quantità debole e sempre finita di beni è sufficiente a creare una ricchezza generale, poichè essi passano costantamente dagli uni agli altri. La ricchezza non è fondata sui beni ma sullo scambio concreto tra le persone. Essa è dunque illimitata, perchè il ciclo dello scambio è senza fine e senza fine persino tra un numero limitato di individui, ciascun momento del ciclo di scambio si soma infatti al valore dell’oggetto scambiato. E’ questa dialettica concreta e relazionale della ricchezza che ritroviamo capovolta come dialettica della penuria e del bisogno illimitato, nel processo di concorrenza e differenziazione caratteristico delle nostre società civilizzate e industraili. Mentre nello scambio primitivo ciascuna relazione incrementa la richhezza sociale, nelle nostre società “differenziali” invece ciascuna relazione sociale incrementa una mancanza individuale, poichè ogni cosa posseduta è relativizzata in rapporto alle altre, mentre nello scambio primitivo essa è valorizzato dalla relazione stessa con gli altri.
Non è dunque paradossale ritenere che nelle nostre società opulente l’abbondanza è perduta e che essa non sarà restituita da una sovrabbondanza di produttività a perdita d’occhio o dalla liberazione delle forze produttive. Poichè la definizione strutturale dell’abbondanza e della ricchezza è nell’organizzazione sociale, solo una rivoluzione dell’organizzazione sociale e dei rapporti sociali potrebbe modificarla. Ritorneremo, un giorno, al di là dell’economia di mercato, alla prodigalità? Al posto della prodigalità abbiamo il consumo forzato a vita, fardello gemello della scarsità. E’ la logica sociale che ha fatto conoscere ai primitivi la “prima” e unica società dell’abbondanza. E’ la nostra logica sociale a condannarci ad una penuria lussuosa e spettacolare.”

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