Monthly Archives: April 2009

Il dono del tempo ritrovato

doni_della_vita p.218: “Ricostruiremo. Ci Arrangeremo. Vivremo” Replicò Agnès. E si nascose il volto tra le mani.
“Sei stanca, povera cara” disse lui con lo sguardo colmo di tenerezza.
Ma Agnès non avvertiva più dolore né fatica. Si sentiva come al termine di una vendemmia: tutta la ricchezza, l’amore, il riso e il pianto che Dio le riservava lei li aveva raccolti e adesso che tutto era finito, non poteva far altro che mangiare il pane che aveva impastato, bere il vino che aveva pigiato: i doni della vita lei li aveva riposti nel granaio,
e tutto l’amaro e il dolce della vita avevano dato i loro frutti.
Lei e Pierre avrebbero concluso la loro vita insieme.

“I doni della vita” è un romanzo in presa diretta, scritto tra il 1939 e il ’41 (e pubblicato postumo del 1947), sull’epopea di una famiglia francese a cavallo tra le due guerre: l’eroina Agnès – Irène, figlia di madre nobile ma vedova, e quindi praticamente ‘sradicata’, combatte insieme al marito Pièrre la battaglia della propria vita su due fronti. Quello privato-affettivo la vede, ripudiata dalla famiglia del marito, impugnare le armi bianche dell’amore e della dignità e stravincere, insieme a Pièrre, la sfida per la costruzione di un’unione felice, solida e sfrontata, rispetto ai matrimoni di convenienza che si usava combinare ai tempi. Su quello collettivo – suo malgrado – è investita dalla prima guerra come moglie e dalla seconda come madre: proprio la guerra – da macabra minaccia per l’umanità – assume in modo strisciante un ruolo controverso di alleato vendicativo e riparatore rispetto all’ingiustizia sociale si infligge sul destino individuale di Agnès. Perchè la guerra, come la morte, “beve dal bicchiere del ricco e dorme sul giaciglio del povero” e le offre la chance del ritorno trionfale al proprio paese sul trono di regina fino all’ultima pagina difeso e riscaldato – in maniera fin troppo didascalica – dal marito/re-esiliato.
Si è detto che con “I doni della vita” Irène abbia voluto puntellare la propria identità francese in un velleitario tentativo di lavare proprio passato di ebrea russa (anche questo per ragioni personali e – ovviamente – politiche). Il tentativo mi è sembrato fin troppo languido e, forse per questo, non si sottrae alle due debolezze ricorrenti, secondo J.M. Coetzee, nell’autrice: l’incapacità di fare qualcosa del materiale di cui dispone che non sia riprodurlo più e più volte, e lo sceneggiare dei finali frettolosi, forse per l’ansia di cimentarsi al più presto in un nuovo progetto.

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