Monthly Archives: June 2008

The world largest screen

screening room

“I used to think that everybody was adopted from out of space, that before we were born we were just little seeds, floating around in this sky, waiting for someone to come and get us..”

Sono le prime parole della voce narrante in “The Danish Poet” ( Torill Kove, 2007 Academy Award for Animated Short), un cortometraggio animato visibile da pochi giorni nel nuovo canale di You Tube dedicato al cinema indipendente: quello che esce dai festival, che spesso è corto (15 min), poco apprezzato dai canali di distribuzione ‘tradizionali’ e che continua a vagare nello spazio come i semini platonici di Kove finchè qualcuno non lo acchiappa e lo porta fino alla sua audience, migliaia di occhi e anime da fecondare (nel caso di questo corto, 334.763, so far). Pare che YT stia selezionando, organizzando, canalizzando la propria offerta perchè il modello ‘dancing cat’ non attrae abbastanza visitatori e quindi sufficienti introiti pubblicitari. Non è dato sapere se la nuova intuizione funzioni dal punto di vista economico ma, anche solo a una settimana dal lancio, ha il merito di aver portato sullo schermo più grande del mondo quattro cortometraggi deliziosi. Da vedere, assolutamente, per chi mastica un po’ l’inglese. La qualità dell’immagine è  buona. Il progetto è caricarne 4 nuovi ogni due settimane, dando la possibilità di comprarli direttamente dal sito. Mi piace l’idea del canale, ma non ho analizzato il funzionamento del modello, non so se i filmakers ci guadagnano e come: mi sono fermata al piacere intenso di vedere 4 bellissime ‘pellicole’ e non mi riesce difficile immaginare gli artisti, emozionati, a monitorare il contatore delle views. Tanto basta, per ora.

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Il mercato della conoscenza

University of Queensland Stavo leggendo un report sullo stato dell’editoria nel 2007 (dati del 2006) pubblicato dall’Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Editori e mi cade l’occhio sulla classifica degli editori per fatturato, a livello mondiale: al primo posto troneggia Elsevier Science, una divisione della Reed Elsevier Corporation che gestisce la pubblicazione di riviste nel settore medico, scientifico, tecnologico. Le riviste scientifiche sono un particolare prodotto editoriale, perchè non prevedono nessun compenso in denaro per gli autori degli articoli, nè tantomeno per i colleghi che si incaricano della revisione e selezione degli stessi. La distribuzione degli articoli avviene principalmente in formato elettronico previa sottoscrizione di abbonamenti da parte di università, enti di ricerca, imprese (in parte minoritaria). Elsevier Science ha una quota che ammonta grossomodo al 25% del mercato di questo tipo di prodotti, la cui funzione è far circolare la conoscenza tra la comunità dei ricercatori, che ne produce via via di nuova e migliore (si pensi per semplicità alla ricerca medica) e da quest’ultima a chi poi la trasforma in applicazioni. Per questo servizio dai costi di produzione e distribuzione sostanzialmente nulli, Elsevier si fa pagare 2,236 bilioni di Euro, più di qualunque altro editore (fatturato De Agostini: 1,6b€, Mondadori: 0,44b€). Opprimendo i bilanci delle università e la libertà di ricerca dei ricercatori, compromettendo la qualità stessa della ricerca prodotta, aumentando i divari tra gli atenei e in ultima analisi alzando quelle barriere all’accesso e alla circolazione del sapere e delle informazioni che si dice di voler rimuovere. E’ questo il mercato della conoscenza? Chi si sta arricchendo? In che modo?

Be kind, let me rewind

Un bel modo per cominciare un blog per me è parlare di un film che mi è piaciuto, che racconta quello che mi appassiona e che studio. Il film è Be Kind Rewind. Dal mio punto di vista è cibo e aria per la mente. Lo si potrebbe definire un metafilm. Una metafora sul futuro del cinema. Ce ne sono tanti, ok. Ma questo è particolare. Un film sul cinema come patrimonio culturale di chi lo guarda, che ci nutre e non si consuma. Rimane dentro di noi, diventa noi, si impasta con i nostri ricordi e le nostre emozoni, tanto che noi, gli spettatori, possiamo, vogliamo diventare lui. Il cinema, il film. Che lo si voglia o no.

Dopo una partenza che sembra inconcludente (l’ho rivisto una seconda volta e non mi sembra affatto inconcludente, anzi!) Be Kind Rewind sceglie di rappresentare la Settima Arte come un negozio di videocassette scalcinato alla base di una palazzina pericolante che minaccia di essere abbattuta per far posto ad un complesso urbano moderno. Sempre che non si trovi il modo di restaurarla, la palazzina, coi proventi del negozio. Che però non gira a sufficienza. Non va. Tanto da sembrare un’impresa disperata e praticabile solo a costo di passare dal VHS al DVD (maggior volume di titoli in meno spazio) e da una strategia archivistica a una consumistica (più copie degli stessi titoli al posto di più titoli in meno copie). E così ci salta alla mente che in questi ultimi 10 anni i distributori di homevideo hanno fatto la cosa meno intuitiva per la funzione alla quale dovrebbero assolvere, ovvero fare arrivare i prodotti cinematografici nelle nostre case: non hanno sfruttato la magrezza del supporto nuovo e la disponibilità di nuovo spazio per aumentare la varietà (di titoli, di generi), o per garantire più copie data la stessa varietà, ma hanno ridotto drasticamente la scelta aumentanto a dismisura il numero di copie. Il vecchio gestore della videoteca, che vede al nuovo modello distributivo come l’unico in grado di salvarlo (è questo quello che ci dicono e ci ‘dimostrano razionalmente’), ci fa venire le lacrime agli occhi quando si preoccupa di trovare un lettore dvd a prezzo calmierato da consigliare ai suoi clienti, che sono poveri e non lo posseggono perchè non serve loro. Ci ricorda così lo sforzo economico che abbiamo dovuto sopportare e il costo che questo switch – uno dei tanti – ha avuto per le classi più povere (l’ha avuto per tutti, ma per chi non c’ha i soldi per pagare l’affitto è stato maggiore). Mentre il signor Fletcher ci fa riflettere sulla deriva consumistica della distribuzione cinematografica, una coppia di ragazzi completamente fuori di testa avvia una contro-innovazione. Sono: il gestore giovane della videoteca-cinema e un avventore abituale fuori come un balcone. Insider e outsider, accomunati dalla passione per il cinema, o se non altro dal fatto di aver visto molti film. Telecamera low cost alla mano, si mettono a taroccare i film della videoteca. Lo fanno perchè tutte le cassette si sono disgraziatamente smagnetizzate. Lo fanno come espediente temporaneo che a loro pare sensato per soddisfare, seppure a tradimento, la clientela. E lo fanno sbobinando la loro memoria, quel complesso di ricordi ed emozioni che diventa un film quando lo guardiamo e si amalgama col nostro vissuto. Perchè le cassette sono smagnetizzate. Non si vedono e non si possono copiare. Nulla. Sopresa: la clientela – i giovani in primis – non si sente tradita da una cassetta di 20 minuti in cui Jerry e Mike avvolti nell’alluminio riproducono le scene di Ghostbuster (…versus Blockbuster..?) che si ricordano e che possono fare coi loro mezzi. Ne vogliono altre, vogliono altri tarocchi, li chiedono, li pagano di più, si divertono di più. Solo che la premiata ditta Mike & Jerry non riesce a sfornare così tanti tarocchi in così poco tempo. Una loro amica, Alma, ingaggiata per caso, pensa che magari i ‘clienti’ sarebbero contenti di partecipare come attori. In questo modo si fanno più film, al limite anche più brevi, ma con un valore maggiore per chi poi li guarda, che ci si ritrova. E così avviano una rutilante attività di produzione fino a quando arrivano i cattivi di turno a calpestare – letteralmente:) – tutto il lavoro per violazione dei diritti di proprietà intellettuale. Il che ci appare assurdo poichè questa compagnia di attori entusiasti ha attinto solo ai propri ricordi, non ha contraffatto un bel nulla. Il risultato era qualcosa di completamente diverso e migliore agli occhi di chi li sceglieva. Una sfolgorante Mia Farrow allora ci ricorda che il passato di ognuno è un serbatoio di immagini ed informazioni su cui nessuno ha messo (ancora) il copyright e che è lecito riusare e taroccare per fare un film nuovo. Scelgono di cimentarsi in un documentario: lo realizzano tutti insieme, lo montano insieme (la scena del montaggio collaborativo si merita una cornice speciale) lo guardano commossi, emozionati, trascinati (pagando su base volontaria per vederlo!), raccogliendo una quantità di entusiasmo tale da rapire anche gli aguzzini accorsi per abbattere la palazzina. Straordinario l’omaggio finale al film muto. Questa è la salvezza del negozio pericolante, questa è la salvezza del cinema. Scrive Michel Gondry. Da vedere. Da ridere. Da sottoscrivere.