La prima società dell’abbondanza. E la prossima?

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La società dei consumi è fondata sulla creazione artificiosa e sullo sfruttamento strutturale dei sistema dei bisogni, che è frutto del sistema della produzione. Il quale prima di essere destinato a produrre beni ha la funzione di produrre privilegi e di mantenerli. I bisogni rispondono ad una necessità di segni e differenziazioni. Il consumo non mira a soddisfare un supposto bisogno profondo e recondito dell’individuo, ma a ripristinare continuamente la distanza sociale e a confermare i segni d’appartenenza ad uno status, perpetuando una tensione cronica che è l’antitesi della ‘soddisfazione’. Per questo un bisogno “realizzato” non crea, come sostengono i razionalisti, uno stato di equilibrio e risoluzione delle tensioni, al contrario le riproduce in maniera folle, negando la possibilità di una soddisfazione e quindi smascherando la natura stessa del bisogno.

L’emancipazione da questo stato di follia collettiva può avvenire solo con il sovvertimento della struttura sociale, al cui mantenimento il sistema dei bisogni è votato. Non sarà questa crisi a compiere il miracolo. Semmai servirà a rispolverare le considerazioni – le solite che ciclano e ri-ciclano di ventennio in ventennio – sull’inadeguatezza del PIL come indicatore di benessere e la necessità di fondare un’economia della felicità.

Ma c’è un prodotto della società della scarsità in cui si sono sperimentate forme sociali alternative, radicate strutturalmente sulla parità anzichè sulla differenziazione, sull’infinito decentramento e scambio anzichè sull’accentramento del potere e la difesa – più o meno mascherata – dei privilegi ad esso connessi.

Questo ecosistema è internet, e se non ci sbrighiamo a renderci conto dell’inestimabile potenziale di risorgimento umanistico rispetto allo scempio della società industrializzata, se non ci decidiamo a sottrarlo alla morsa della grande (e piccina) retorica ancora industriale del “progresso” e dell’ “innovazione”, lo abbiamo già perso e venduto al passato.

Trascrivo, commossa, da una lettura – La société de consommation, di Beaudrillard (1970) – che solo in questo frammento abbandona il tono liricamnete caustico e lo sguardo sconfitto sul presente abbacinnato e sul molle futuro, in cui noi, nel 2009, fluttuiamo scomposti:

“Dobbiamo abbandonare l’idea preconcetta che abbiamo della società dell’abbondanza come di una società nella quale tutti i bisogni materiali (e culturali) sono facilmente soddisfatti, dato che quest’idea fa astrazione da una logica sociale. Biosgna invece pervenire all’idea, ripresa da Marshall Sahlins nel suo articolo sulla “prima società dell’abbondanza”, secondo la quale sono le nostre società indistriali e produttiviste ad essere dominate dalla scarsità, dall’ossessione della scarsità caratteristica dell’esconomia di mercato. Più si produce più si sottolinea, nel senso stesso della profusione, l’irrimediabile allontanamento dal termine finale, cioè dall’abbondanza, definita come l’equilibrio tra la produttività umana e le finalità umane.
Poichè quell che è soddisfatto da una società della crescita, e sempre più man mano che cresce la produzione, e non i “bisogni” dell’uomo, sul cui disconoscimento riposa tutto il sistema, è chiaro che l’abbondanza indietreggia indefinitamente, o meglio essa è irrimediabilmnete negata a vantaggio del regno organizzato della scarsità (penuria strutturale).
Per Sahlins erano i cacciatore raccoglitori (tribù nomadi primitive dell’Australia) che conoscevano la vera abbondanza malgrado la loro assoluta “povertà”. I primitivi non possiedono nulla di proprio, essi non sono ossessionati dagli oggetti che essi gettano via uno dopo l’altro per spostarsi meglio. Non vi è l’apparato produttivo nè di “lavoro”: essi cacciano e raccolgono si potrebbe dire a piacere e dividono tutto tra loro. La loro prodigalità è totale: essi consumano tutto subito, non vi è calcolo economico, non vi sono stock. Il cacciatore raccoglitore non ha nulla dell’homo economicus di invenzione borghese. Egli non conosce i fondamenti dell’economia politica. Rimane sempre al di qua dell’energia umana, delle risorse naturali e delle effettive possibilità economiche. Dorme molto. Ha fiducia – ed è questo che fa andare avanti il sistema economico – nella ricchezza delle risorse naturali, mentre il nostro sistema è contraddistinto (e sempre di più col perfezionamento della tecnica) dalla disperazione di fronte all’insufficienza dei mezzi umani, da un’angoscia radicale e catastrofica che è l’effetto profondo dell’economia di mercato e della concorrenza generalizzata.

L’imprevidenza e la prodigalità collettiva, caratteristiche delle società primitive, sono il segno dell’abbondanza reale. Noi non abbiamo altro che i segni dell’abbondanza. Noi andiamo alla ricerca, sotto un gigantesco apparato produttivo, dei segni della povertà e della scarsità. Ma la povertà non consiste, dice Sahlins, nè in una scarsa quantità di beni, nè semplicemente in un rapporto tra fini e mezzi: essa è innanzitutto un rapporto tra gli uomini. Quel che fonda la ‘fiducia’ del primitivi e fa sì che essi vivano nell’abbondanza persino nella fame è alla fin fine la trasparenza e la reciprocità dei rapporti sociali. E’ il fatto che nessuna manipolazione, qualunque essa sia, della natura, del suolo, degli strumenti o dei prodotti “del lavoro”, viene a bloccare gli scambi e a istituire la scarsità. Non c’è accumulazione, che è sempre fonte di potere. Nell’economia del dono e dello scambio simbolico, una quantità debole e sempre finita di beni è sufficiente a creare una ricchezza generale, poichè essi passano costantamente dagli uni agli altri. La ricchezza non è fondata sui beni ma sullo scambio concreto tra le persone. Essa è dunque illimitata, perchè il ciclo dello scambio è senza fine e senza fine persino tra un numero limitato di individui, ciascun momento del ciclo di scambio si soma infatti al valore dell’oggetto scambiato. E’ questa dialettica concreta e relazionale della ricchezza che ritroviamo capovolta come dialettica della penuria e del bisogno illimitato, nel processo di concorrenza e differenziazione caratteristico delle nostre società civilizzate e industraili. Mentre nello scambio primitivo ciascuna relazione incrementa la richhezza sociale, nelle nostre società “differenziali” invece ciascuna relazione sociale incrementa una mancanza individuale, poichè ogni cosa posseduta è relativizzata in rapporto alle altre, mentre nello scambio primitivo essa è valorizzato dalla relazione stessa con gli altri.
Non è dunque paradossale ritenere che nelle nostre società opulente l’abbondanza è perduta e che essa non sarà restituita da una sovrabbondanza di produttività a perdita d’occhio o dalla liberazione delle forze produttive. Poichè la definizione strutturale dell’abbondanza e della ricchezza è nell’organizzazione sociale, solo una rivoluzione dell’organizzazione sociale e dei rapporti sociali potrebbe modificarla. Ritorneremo, un giorno, al di là dell’economia di mercato, alla prodigalità? Al posto della prodigalità abbiamo il consumo forzato a vita, fardello gemello della scarsità. E’ la logica sociale che ha fatto conoscere ai primitivi la “prima” e unica società dell’abbondanza. E’ la nostra logica sociale a condannarci ad una penuria lussuosa e spettacolare.”

Un nuovo contratto sociale

walter_bejamin grassmuck

Il dibattito sulla cultura cosiddetta libera è spesso posto in questi termini: se vogliamo facilitare le opere a circolare liberamente – ovvero senza la preventiva autorizzazione dell’editore che controlla il numero delle riproduzioni – allora penalizziamo l’autore perchè gli sottraiamo i potenziali guadagni derivanti dall’applicazione di un prezzo all’opera stessa nel momento in cui passa di mano in mano.

Il senso di colpa che si tende a sollecitare in chi sostiene questo modello – e magari lo mette già in pratica in modo rudimentale – è quello del furto. “Sto sottraendo all’autore un guadagno potenziale”. Questa sottrazione, ci dicono, inficia le gloriose opportunità di sostentamento dell’autore stesso, che in questo modo sarà costretto ad interrompere il virtuoso meccanismo creativo che ha come ultimo beneficiario noi e il nostro diletto.

Gli interessi che andremmo a minacciare sono quindi quelli dell’autore e in ultima analisi i nostri.

Questa argomentazione è debole e pericolosa perchè propone una visione molto semplificata, per non dire colpevolmente sbagliata, della relazione tra i portatori di interessi, ovvero l’autore e il pubblico.

Il “virtuoso meccanismo creativo” che sottende a questa argomentazione rappresenta l’autore impegnato in uno sforzo solipsistico di creazione dal nulla, in cui sostanzialmente impegna il proprio tempo e le sue risorse materiali – sofisticate apparecchiature di registrazione audio video, per esempio. Perchè produca deve avere tempo da dedicare alla sua opera e denaro per accedere a queste risorse, guardacaso sempre più costose man mano che diventano sempre più accessibili.

Inoltre, questa argomentazione propone l’autore e l’utente dell’opera come due figure distinte, isolate e reciprocamente inerti, ovvero legate solo da un rapporto contrattuale di scambio di denaro.

Non è così. E non dai tempi di internet.

Autore e utente – non fatemelo chamare consumatore perchè è davvero troppo sostenere che queste opere siano destinate al consumo – sono entità affini: cioè incontrandosi di determinano reciprocamente.

L’opera d’arte non è effusione di un genio poetico che possiede doni artistici così straordinari, talenti e intuizioni così rare da porlo a incolmabile distanza dai comuni mortali.

L’artista non è l’eroe predestinato dal fato a lottare contro e con i suoi poteri creativi per l’intero corso della sua vita tormentata, e ad estrarre dalla sua propria e profonda interiorità le opere ispirate dal suo divino genio.

Questo tipo di retorica, o dogma, crede di poter cogliere la figura del “poeta” in un miscuglio di ‘eroe e creatore, in cui non si distingue più nulla, e in cui si può affermare quasiasi cosa con aria di profondità’ (W. Benjamin).

L’opera d’arte, di qualsiasi tipo, è forgiata dall’autore a partire da una babele di linguaggi esistenti. E’: studio approfondito, interpretazione e riuso della realtà e delle opere d’arte che ne fanno parte e che hanno preceduto l’autore stesso. E’ un continuo porcesso collaborativo diacronico. L’autore produce significato a partire dell’esistente, non è divino, è fallace, il significato che produce può essere indebito, può sembrare giusto e bello ad alcuni e non ad altri. L’autore è un compositore, un compilatore di frammenti già esistenti (figura lessicale miracolosamente sopravvissuta nella musica). Quello che produce non è perfetto e completo, nè chiuso. Questa è una mistificazione.

L’opera d’arte è sempre imperfetta, imcompleta e in continuo divenire. Non si tratta di un minus, è l’essenza stessa dell’arte. Il movimento è dato dalla continua lettura e interpretazione, di epoca in epoca, alla luce del contesto storico in cui si vive, e facendo questo non si nega l’opera e le intezioni dell’autore, non la si snatura, ma la si dissolve continuamente nel presente e la si restituisce alla sua natura di frammento connesso con altri frammenti, destinato a comporne di nuovi.

L’assoluto nell’arte non è chiusura, ma infinita apertura e infinito superamento di sè stessa. Lo pensiamo tutti dei grandi autori del passato ma siamo in qualche modo incapaci di applicare questa prospettiva al presente.

C’è solo una differenza funzionale tra autore e pubblico, non sostanziale. Si pensi alla prima forma d’arte codificata, la tragedia greca.

Il genio è prima di tutto applicazione, non ispirazione. E’ un processo tecnico. E questo sì richiede tempo, ma la materia di cui si nutre sono le altre opere, gli latri frammenti.

Il contesto in cui l’opera d’arte realizza sè stessa è un contesto aperto, in cui le barriere alla diffusione e alla continua dissoluzione e evoluzione dell’opera sono le minori possibili.

Capite che uno strumento di comunicazione peer to peer come internet è il contesto ideale per nutrire questo meccanismo virtuoso (e non quello, mistificato e semplificato che viene strumentalizzato da chi vuole difendere il proprio controllo dei meccanismi di distribuzione).

L’abbattimento delle barriere alla circolazione e al riuso delle opere andrebbe propugnato da chiunque avesse a cuore il futuro dell’arte, degli artisi e del pubblico, semmai si vuole conservare questa differenza. In primo luogo da chi ha la funzione di farlo al di sopra di interessi economici e industraili specifici, come le istituzioni pubbliche, i ministeri, i governi.

Ed ha perfettamente senso che questi temi facciano parte di un programma politico, tanto più senso più ostinata è l’adesione culturale alla retorica del furto cui sopra.

E ha senso che lo si faccia in sede Europea e nazionale con proposte precise, che dimostrino come abbondino modelli alteranativi di retribuzione di chi vuole provare con dedizione ed applicazione a comporre una canzone, scrivere un libro, produrre un film (non degli ‘artisti’ fatti e vestiti, come se ci si diventasse per elezione).

Anche perchè, come sempre si omette, il modello di retribuzione attuale non funziona, gli artisti continuano a fare più di un lavoro, la ridistribuzione dei profitto premia gli autori famosi, gli editori e produttori non danno spazio a nuovi autori perchè costituiscono un rischio imprenditoriale e dal punto di vista economico il meccanismo è quello dell’offerta che genera la domanda, e non il viceversa, come dovrebbe essere.

I modelli alternativi?

Una tassa flat rate sugli scambi di file P2P, pagata attraverso i service providers e ridistribuita in modo equo agli autori. Possibile? Chi pagherebbe mai una tassa del genere, insieme a tutte quelle che ci sono già da pagare?

Il 75.5% degli utenti Internet francesi sono “pronti” e “preparati” a pagare una rata mensile in cambio della legalizzazione del P2P.

In Svezia, l’86,2% degli intervistati dichiara di essere potenzialmente interessato a pagare una sottoscrizione mensile per un servizio che dia diritto a scaricare brani musicali. Chi possiede le collezioni di canzoni più grandi (più di 5.000 canzoni) è più disponibile e quando si chiede quanto sarebbero disposti a pagare, il 51,8% risponde che potrebbe prendere in considerazione un importo da 5-14 Euro al mese per un abbonamento di questo tipo.

In Inghilterra il 74% degli intervistati dichiarano di essere interessati a servizi legali di file-sharing e di essere pronti a pagare un abbonamento mensile. L’interesse è più alto in quelli che ammettono di condividere già illegalmente i file su Internet (l’80% contro il 63% di chi non scarica). Tra i favorevoli all’idea di una licenza legale, il 90% crede che i compositori, gli autori, i musicisti e gli esecutori ne dovrebbero essere i diretti beneficiari.

Trovate questi dati, insieme ad un eccellente revisione dei modelli alternativi di remunerazione, in un articolo di Grassmuck “The world is going flat”, la cui traduzione in italiano sarà pubblicata sul sito del centro NEXA entro la fine di questo mese.

Quale che sia il modello che useremo in futuro è necessario parlarne e mettere la definizione di questo nuovo contratto sociale nelle agende politiche.

Grassmuk conclude il suo articolo eccellente dicendo:

“La questione cruciale per il nuovo contratto sociale è dove puntare il focus: sull’industria culturale o sulla collettività di creatori e utenti? Preferiamo vederci come consumatori che scelgono prodotti e servizi offerti dal mercato, come oggetti di campagne pubblicitarie, di educazione o di ricerche di mercato? O preferiamo vederci come alleati in un contesto in cui tutti complottano per garantire ai creativi – le cui opere ci nutrono – i mezzi e delle condizioni decenti per produrre? In quale società della conoscenza vogliamo vivere?
Perciò uniamo i nostri cervelli e risolviamo questa faccenda.”

Risolviamola.

La de-crescita felice

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Un’economia fondata sulla crescita del PIL capovolge il rapporto tra produzione e consumo: non si produce per rispondere ad una domanda, ma si deve consumare per poter continuare a produrre e si deve produrre per poter ottenere il reddito necesario a consumare. Attua quel processo che Pasolini definì una mutazione antropologica, fondata su uno stato di insoddisfazione permanente, di competizione esasperata, di nevrosi generalizzata [mi viene in mente Chatwin..]. La crescita del PIL comporta il dominio delle cose sugli essere umani.

Maurizio Pallante, La felicità sostenibile, Rizzoli, 2009

Un thriller formato famiglia

storia di un matromonio E’ difficile parlare di questo romanzo senza importunarne i dettagli nel posto in cui si acquattano per tirare il loro agguato.

E’ un romanzo anche pieno di imperfezioni, dal mio punto di vista. Talvolta sembra scritto di fretta: il punto di vista cambia, l’io narrante si rivolge al lettore, al marito, all’amante, al figlio, creando delle aritmie impudenti.
Il passo della narrazione rallenta e accelera come in una strada piena di curve difficili e l’intreccio – a volerlo ripercorrere – tradisce diverse crepe.
Non importa.

Il romanzo merita di essere letto, è una fortuna che sia stato scritto, e chiunque abbia sperimentato sulla propria pelle i misteri di una relazione d’amore non può che saziarsi di molti spunti di riflessione.

I doni della vita

“Tu non hai la fortuna che ho avuto io…”
“Che fortuna, nonna?”
Silenzio.
“Nonna, che fortuna hai avuto?”
Silenzio, è assorta nel ricordo.
“Nonna, è il nonno che ti ha resa fortunata?”
“Moltissimo…”. Un sorriso vittorioso le irradia il volto.
“E che cos’è che ti ha resa fortunata?”. Sono attenta e distesa come chi ascolta dopo un po’ di tempo la sua favola preferita, l’orecchio pronto a catturare dettagli inediti. Il nonno è un’icona, un eroe, un archetipo.
“Sono stata molto fortunata ad avere il nonno… Perchè ci siamo sempre voluti bene, eravamo contenti”, mi guarda, “lui era contentissimo specie quando venivate a trovarci voi… e adesso non c’è più. Lo sogno sempre di notte e a volte gli chiedo – ma perchè non torni qui?…. perchè … perchè … ma io so già la risposta, che stupida.”
“Una fortuna così grande, nonna, è grande anche se non dura tutta la vita”.
“Eh… quando lo dico a tua zia lei mi risponde: ma cosa vuoi che ti volesse bene mamma, dai! … E io le rispondo: era uno uomo, è naturale che avesse altre donne, ma ci siamo sempre voluti tanto bene!”
“Sai” continua, “era circondato da donne che gli chiedevano aiuto, consigli, chiamavano sempre, gli tiravano la giacca, erano sempre appiccicate a lui, come una nuvola di zanzare, perchè era tanto buono! Era un uomo, cosa vuoi, è quindi andava con loro.”
Respiro ancora?
“Ma un giorno si è stufato e ha detto: ho una moglie io, cosa credete! E ha smesso”.

Il dono del tempo ritrovato

doni_della_vita p.218: “Ricostruiremo. Ci Arrangeremo. Vivremo” Replicò Agnès. E si nascose il volto tra le mani.
“Sei stanca, povera cara” disse lui con lo sguardo colmo di tenerezza.
Ma Agnès non avvertiva più dolore né fatica. Si sentiva come al termine di una vendemmia: tutta la ricchezza, l’amore, il riso e il pianto che Dio le riservava lei li aveva raccolti e adesso che tutto era finito, non poteva far altro che mangiare il pane che aveva impastato, bere il vino che aveva pigiato: i doni della vita lei li aveva riposti nel granaio,
e tutto l’amaro e il dolce della vita avevano dato i loro frutti.
Lei e Pierre avrebbero concluso la loro vita insieme.

“I doni della vita” è un romanzo in presa diretta, scritto tra il 1939 e il ’41 (e pubblicato postumo del 1947), sull’epopea di una famiglia francese a cavallo tra le due guerre: l’eroina Agnès – Irène, figlia di madre nobile ma vedova, e quindi praticamente ‘sradicata’, combatte insieme al marito Pièrre la battaglia della propria vita su due fronti. Quello privato-affettivo la vede, ripudiata dalla famiglia del marito, impugnare le armi bianche dell’amore e della dignità e stravincere, insieme a Pièrre, la sfida per la costruzione di un’unione felice, solida e sfrontata, rispetto ai matrimoni di convenienza che si usava combinare ai tempi. Su quello collettivo – suo malgrado – è investita dalla prima guerra come moglie e dalla seconda come madre: proprio la guerra – da macabra minaccia per l’umanità – assume in modo strisciante un ruolo controverso di alleato vendicativo e riparatore rispetto all’ingiustizia sociale si infligge sul destino individuale di Agnès. Perchè la guerra, come la morte, “beve dal bicchiere del ricco e dorme sul giaciglio del povero” e le offre la chance del ritorno trionfale al proprio paese sul trono di regina fino all’ultima pagina difeso e riscaldato – in maniera fin troppo didascalica – dal marito/re-esiliato.
Si è detto che con “I doni della vita” Irène abbia voluto puntellare la propria identità francese in un velleitario tentativo di lavare proprio passato di ebrea russa (anche questo per ragioni personali e – ovviamente – politiche). Il tentativo mi è sembrato fin troppo languido e, forse per questo, non si sottrae alle due debolezze ricorrenti, secondo J.M. Coetzee, nell’autrice: l’incapacità di fare qualcosa del materiale di cui dispone che non sia riprodurlo più e più volte, e lo sceneggiare dei finali frettolosi, forse per l’ansia di cimentarsi al più presto in un nuovo progetto.

Intra, extra e ultra visioni

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